Aimaproject | POETICA: sul ritratto.
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POETICA: sul ritratto.

SUL RITRATTO. La “Somiglianza Intima”
Sulle orme di Nadar

Il ritratto è un’operazione erotica che mette in stretto contatto l’interiorità del fotografo con quella del suo soggetto. La conoscenza del soggetto (sia dal punto di vista fisico che psicologico) determina una condizione di lavoro del tutto differente rispetto a quella che si genera di fronte a soggetti sconosciuti.

Il primo impatto è sovente freddo: il soggetto è evidentemente in imbarazzo e teme la sessione. Esso si pone di fronte al fotografo in una condizione di sottomissione. E’ molto importante sovvertire questo stato di cose e creare un’atmosfera che generi il rapporto di uguaglianza. Le modalità di questo sovvertimento sono inspiegabili poiché variano di soggetto in soggetto; certo è che per il fotografo la sessione è già cominciata e da questo lavoro dipenderà molto del proprio risultato. Questa è un’operazione essenziale per il rilassamento del soggetto e la ricongiunzione con sé stesso.
Maggiore è il buon esito di questo delicato passaggio, maggiore è la possibilità di trovare quella che Nadar definiva la somiglianza intima.
Il momento quasi ludico di distruzione della barriera che insiste tra fotografo e soggetto, deve scivolare gradualmente in una richiesta sempre crescente d’impegno da parte del fotografo nei confronti del soggetto. La fotografia mediante procedimento analogico richiede necessariamente maggior impegno da parte di entrambi.
Se dunque, nella fase di distruzione delle barriere, a prevalere è l’uso dell’apparecchio digitale (che permette di economizzare in una fase che, a livello di risultato sarà sicuramente basso); nel momento in cui la tensione si è evidentemente sciolta, entra in gioco l’apparecchio analogico. Onde evitare d’irrigidire nuovamente il soggetto e di rendere dunque vana la fase precedente del lavoro, è necessario introdurre il soggetto ad un maggior sforzo rispetto alla fase precedente e far comprendere che questo sforzo è biunivoco.
S’instaura così un rapporto di rispetto reciproco, dove il soggetto comprende di non essere sotto esame, ma di dover collaborare nell’operazione-ritratto. E’ in questo preciso momento che il soggetto si distrae totalmente e, concentrandosi sul lavoro, diviene sé stesso senza cercare di assumere atteggiamenti stereotipati derivanti dal proprio background culturale e dallo strato sociale al quale appartiene o desidererebbe appartenere.

A questo appunto avviene il momento magico.

E’ la fase dell’intensità e del silenzio, dei respiri trattenuti, della luce alienante che isola dalla realtà circostante.
E’ il momento in cui i reciproci sguardi si penetrano e si riposano uno sull’altro. E’ il momento in cui avviene lo scambio psichico; è il momento durante il quale fotografo e soggetto divengono una cosa sola per un’imprecisa causa.
Poiché questi attimi sono molto impegnativi, occorre dare al soggetto dei momenti di pausa che hanno anche il fine di intensificare ulteriormente la relazione umana.
E’ importante che il soggetto comprenda il reciproco investimento psichico affinché non si senta derubato della propria interiorità. C’era qualcosa di vero ( e non di così esoterico) in quello che Balzac temeva, rifiutandosi di posare per non essere derubato della propria anima.
Quando il ritratto è realizzato ad un certo livello, l’interazione psichica è così elevata che il soggetto mette davvero in gioco sé stesso e questo merita un certo rispetto e una delicatezza nell’operare da parte del fotografo. Sarebbe davvero subdolo derubare il soggetto di questi suoi personali momenti intimi. Se il fotografo non ama il proprio soggetto, esso diverrà necessariamente il suo oggetto. Allora si esce da quella che è la fotografia-ritratto entrando nel campo della mera riproduzione d’oggetti.

 

Tratto da “Das Tagebuch von Dr Imago” AimA ©

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