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PUBLICATIONS: Essay for “Da Munk a Dreyer”

ORDET di Carl Theodor Dreyer di Luisa Papa.
nota per il libro “ Da Munk a Dreyer” di Loretta Guerrini Verga e Angelo Papi;
prefazione di Jean Semolue,Vecchiarelli,2009

Considerando la filmografia di Carl Theodor Dreyer possiamo notare come il regista dopo l’esperienza con Rudolf Maté con il quale ha girato “La passion de Jeanne d’Arc” e” Vampyr” non si sia mai avvalso del medesimo direttore della fotografia evitandone così la forte impronta stilistica a favore della scelta di uno stile fotografico funzionale all’andamento di ogni singolo film

In “Ordet “quella scelta non è semplicemente “formale”, ma interagisce fortemente con la narrazione, in un continuum di costruzione e decostruzione spazio-temporale, in un alternarsi di eventi in atto ed in potenza a partire dalla sostanza espressiva del film che è data dall’avverarsi di un impossibile, il miracolo.

* Il film “Ordet” è girato in bianco e nero ed è quindi importante analizzare l’uso dei toni e dei contrasti. A tal riguardo possiamo bipartire la pellicola in due segmenti espressivi: i grigi-neri nelle prime tre sequenze alle quali si contrappone un uso quasi totale del bianco in quella finale. Per quasi tutta la durata di quelle prime tre sequenze la luce bianca è solo una fioca presenza che entra dalle finestre e a volte sembra seguire i personaggi. La luce, nel film rinvia simbolicamente alla fede e viene soprattutto dall’esterno.

L’uso dei grigi fa emergere la confusione spirituale dei personaggi ed il loro smarrimento,nonché la loro inconsapevolezza in ordine al loro destino salvifico. Scrive Kandinsky: “Il grigio è silenzioso e immobile. Il grigio è l’immobilità senza speranza. Più diventa scuro, più si accentua la sua desolazione e cresce il suo senso di soffocamento. Se diventa più chiaro, è percorso invece da una trasparenza, da una possibilità di respiro che racchiude una segreta speranza. » (Cfr: W. Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, SE, 1989, pag. 67) E’proprio il permanere di toni grigio scuro (tendente al nero) che conferisce alle prime tre

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sequenze del film una dimensione “claustrofobica”, in particolare nelle scene che rappresentano la casa di Peter.
Non assistiamo ad un uso particolare di forti contrasti rilevabili soltanto nel rapporto tra interni/esterni, e nello scarto tra le prime tre sequenze del film e l’ultima. In Ordet prosegue il mantenimento di quell’equilibrio tonale che Dreyer aveva già selezionato per Dies Irae: le ombre non hanno quasi corpo e si dispiegano in modo naturale. Si tratta di un uso del codice fotografico per il quale, rigore formale ed austerità si risolvono in un’apertura spirituale sul finale, dove le coordinate spaziali sono sovvertite nel loro rapporto con gli esistenti. In questo modo, essi risultano decontestualizzati da una referenzialità realistica a favore di una “geografia” spirituale, di una dimensione altra .Quest’ultima si evidenzia particolarmente , in” Ordet” nella resa espressiva della luce su Johannes e su Maren

Scrive Kandinsky: “Il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto. /…/ E’ un silenzio che non è morto ma è ricco di potenzialità. Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. E’ la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita” (idem)

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